La traversata delle Alpi Occidentali fino al mare

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La traversata delle Alpi Occidentali fino al mare

Si sale e si scende, si sale e si scende. Ancora e ancora.

La traversata delle Alpi Occidentali è un susseguirsi deciso di ascese. Un tracciato avventuroso che corre in quota, di dorsale in dorsale, lungo pendii remoti e attraverso un ambiente alpino a tratti ancora intatto, violato soltanto dalle antiche strade militari che lo attraversano.

Dalle montagne al mare, lentamente, seguendo quel folle alternarsi di orizzonti lungo il tracciato della Torino-Nizza. Di valico in valico, respirando le fioriture di inizio estate dei pascoli in quota e l’odore, talvolta acre, degli alpeggi finalmente ripopolati dopo la stagione invernale.

Immergendosi nelle terre occitane che occupano i territori di confine tra Italia e Francia. Un confine che, con l’Unione Europea, non esiste più fisicamente. Un confine che, per questi popoli fratelli, in fin dei conti, forse non è mai esistito.

Il tracciato

Dalla Val di Susa al mar Tirreno, passando dal Colle delle Finestre, dalla strada dell’Assietta, dal Monginevro, dal Colle dell’Izoard, dal Colle dell’Agnello, dal Sampeyre, dall’Altopiano della Gardetta, dal Colletto della Madonna, dalla Via del Sale e dal Colle del Garezzo, che conduce nella splendida Valle Argentina fino a Triora, il paese delle streghe.

Una fatica dopo l’altra. Una meraviglia continua. Una vera avventura.

L’assetto

Come affrontare un viaggio avventuroso tra i valichi di montagna delle Alpi Occidentali? Con quale assetto? Ma soprattutto: con quale bici?

Sono questi i quesiti che riempiono la mente di chi sta per intraprendere un viaggio di questo tipo, soprattutto quando l’intenzione è quella di affrontare la traversata in totale autonomia.

Una Monarca Pampero, una monstercross in titanio che invita all’esplorazione. Slanciata, confortevole, pronta a tutto. Una bici che può davvero essere quella definitiva.

Pneumatici da 2,25” tubeless per superare ogni asperità del terreno e assorbire meglio le irregolarità della strada, senza doversi preoccupare delle piccole forature.

Assetto bikepacking con borsa da manubrio, borse alle forcelle e borsa sottosella.

L’extra che non ci siamo fatti mancare? Un carrellino Burley Tail Wagon per il trasporto di Nala.

Una Locomotive Scotsman ammortizzata all’anteriore. Questa bici non ha bisogno di presentazioni: se pensi a un’avventura off-road, lei non si tira mai indietro.

Copertoni generosi per divertirsi anche sugli sterrati militari più tecnici.

Una bici per ogni esplorazione, allestita con un assetto ibrido: borsa da bikepacking al manubrio e borse posteriori.

Colle delle Finestre

La prima salita non si scorda mai. Lunga e impegnativa, divisa tra asfalto e sterrato, mette alla prova la determinazione fin dai primi colpi di pedale. Le pendenze non mollano mai, il valico appare sempre lontano, insormontabile eppure, piano piano, tornante dopo tornante, si guadagna quota.

Prima all’ombra dei boschi di conifere, poi nel sole battente.

Il colle delle Finestre è una di quelle ascese epiche nelle Alpi Occidentali, una di quelle immancabili salite che dalla vallata ti conducono per mano fino alle terre alte dove, anche nelle giornate più bollenti, riesci ancora a respirare. I 5 sensi si acuiscono: la vista cercando di scorgere movimenti furtivi tra le rocce, nel cielo turchese o al limitare della foresta e poi i colori di mille fiori differenti; l’udito ascoltando suoni lontani, forse di pastori, forse di creature boschive.

L’olfatto poi impazzisce miscelando le essenze di resine, pollini e flora prativa. Le mani continuano a impugnare salde il Moloko per direzionare la pedalata e far riposare il fisico mentre si spinge un po’ di più sui pedali. Il gusto si inebria assaggiando i formaggi di malga o le torte dei rifugi lungo il cammino.

Valico conquistato e fatica ripagata da paesaggi sconfinati che, all’orizzonte, sfiorano il territorio francese.

Strada dell’Assietta

Dal Pian dell’Alpe, dove ci ristoriamo abbondantemente, scorgiamo l’attacco alla strada dell’Assietta, un vero must tra le strade militari delle Alpi Occidentali.

In certi giorni della settimana, a stagione estiva già iniziata, questa perla militare è aperta anche al traffico motorizzato, ma oggi no. Oggi è solo per noi. Costeggiata da decine di specie di fiori selvatici, l’Assietta non concede ripensamenti: una volta iniziato questo viaggio, dovremo portarlo a termine per abbandonare le spire di ghiaino e solitudine.

A pochi chilometri dall’imbocco della strada piantiamo la tenda su un piccolo pianoro panoramico: la vallata sottostante con la Grande Muraglia piemontese, il forte di Fenestrelle, si prepara ad accogliere un’altra notte accendendosi di lucine artificiali. Chissà se le stelle se ne risentiranno.

Niente e nessuno ha turbato il nostro sonno stanotte e la ripartenza è gentile, seppure in salita. L’acqua dei torrenti inonda i pendii permettendo a ungulati e specie floreali di popolare l’area.

Alcuni tratti più suggestivi invitano a una sosta fotografica prima di riprendere la pedalata in salita. Colle dell’Assietta, finalmente.

E poi la Testa del Mottas e quella dell’Assietta con ai piedi l’ex casa cantoniera del 1890 oggi divenuta Rifugio Assietta Jack Canali. Superiamo il Colle Lauson e il Colle Blegier fino all’ultimo colle, quello di Basset da dove, inseguiti – e avvolti – da un temporale, raggiungiamo Sestriere.

Col de Montgenèvre

Sestriere è già sveglia quando carichiamo le borse sulle nostre biciclette, ormai impolverate.

L’aria è fresca e noi ne godiamo felici, soprattutto Nala.

Con la lentezza che ci contraddistingue risaliamo la cittadina, meta popolare per sciatori e sciatrici, e imbocchiamo una strada secondaria in costa che, ben presto, si trasforma in una ciclopedonale nel bosco. L’asfalto lascia spazio allo sterrato e una serie di piacevoli saliscendi si sussegue tra minuscoli agglomerati di case in pietra e legno.

La Strada delle Marmotte corre leggiadra sui pendii per qualche chilometro, prima di iniziare a precipitare verso i 1354 metri di Cesana Torinese, in Alta Val di Susa.

«Pasticceria, pasticceria!»

Una voce incontrollabile risuona nella testa mentre le ruote sembrano quasi impazzite nella ricerca.

Eccola!

Prima di riprendere il viaggio in salita abbiamo bisogno di energie, ma non possiamo perdere troppo tempo. Il sole è già alto sopra le nostre teste e sembra pronto a cuocerci.

Il Colle del Monginevro è un valico di collegamento tra il territorio italiano e quello francese. Le pendenze non sono eccessive, ma la strada è piuttosto trafficata, almeno fino a un certo punto.

Sì, perché appena prima della seconda galleria la strada si dirama: a sinistra appare il vecchio asfalto ormai dismesso, dove i mezzi a motore non circolano più.

Al loro posto: pedoni, biciclette e cani.

Alcuni tunnel, freschi e umidi di infiltrazioni, costeggiano il profondo canyon, accompagnandoci fino a Claviere, l’ultimo avamposto italiano prima del confine.

E Francia sia!

Colle dell’Izoard

Ma quanto dislivello c’è tra il centro storico di Briançon e la parte più nuova della città?

Per noi resterà un mistero, ma a qualche ora di relax tra le strette vie del borgo storico non rinunciamo.

Sappiamo però che ci aspetta un’altra asperità di tutto rispetto in questa traversata Alpi Occidentali: un colle asfaltato con diciassette tornanti. Vedremo i sorci verdi.

All’inizio è una salita come tante. La strada guadagna quota e il respiro diventa sempre più faticoso. Poi, lentamente, il paesaggio cambia. La montagna smette di essere lo sfondo e comincia a occupare tutto.

La nostra ascesa è interrotta soltanto da brevi pause ristoratrici: una in una caffetteria, dove spendiamo 8 euro per una fetta di torta ai mirtilli, e numerose altre all’ombra dei pochi alberi presenti, nel disperato tentativo di sfuggire alla canicola.

Ma il nostro obiettivo è un altro: a un chilometro dal valico ci aspetta il Refuge Napoléon, con una birra ghiacciata e un lauto pranzo rigeneratore.

Il passo è ormai vicino, ma quello che lascia davvero il segno in questa sfacchinata d’alta quota è la traversata della Casse Déserte.

Qui la natura, come un attento scultore, ha intagliato un paesaggio lunare e incantevole. Rocce aguzze emergono fiere dalla terra, come funghi nel sottobosco di fine estate, creando uno scenario quasi surreale.

Poi si perde quota, inseguiti da un temporale che si fa sempre più minaccioso. Solo la tettoia di una casa ci evita una doccia gelata.

Oltre la vista, la vallata si insinua verso orizzonti a noi sconosciuti.

È il Queyras.

Colle dell’Agnello

Il Queyras ha un colore, ma anche un sapore. Quello intenso e pungente del Bleu, il formaggio erborinato prodotto con il latte vaccino delle razze Tarine, Abondance e Montbéliarde.

Lo troviamo nel caseificio di Ville-Vieille e non riusciamo a resistere.

Il cielo, dopo il furioso temporale, è ancora greve e noi, come segugi provetti, cerchiamo il nostro tartufo: uno spot dove piantare la tenda per la notte.

L’acqua di un ruscello cattura la nostra attenzione e, seguendolo per un breve tratto, scoviamo una radura riparata dove poter sistemare le nostre membra stanche per qualche ora.

Domani poi, riposati, penseremo alla strategia — mai avuta una!!! — per affrontare il temibile Colle dell’Agnello e poter rientrare in Italia.

Acqua, legno, pietra.

Il Queyras, o meglio il Parc naturel régional du Queyras, è punteggiato da piccoli villaggi d’altri tempi che respirano allo stesso ritmo delle stagioni. I ballatoi lignei decorano case dalla tipica architettura alpina francese, mentre ampie fontane in pietra e legno raccolgono l’acqua fresca proveniente dalle alture circostanti.

Un pain au chocolat, un po’ d’olio sulla catena affaticata, una tazza di caffè e siamo svegli e pronti a sfidare il Colle dell’Agnello.

O quasi.

La bicicletta, infatti, non sembra condividere il nostro entusiasmo. Il carrellino è carico, la strada sale e ogni chilometro promette di essere più faticoso del precedente. Tirarlo dietro di sé è un esercizio di pazienza, oltre che di gambe: nei tratti più impegnativi sembra quasi di avere un’ancora attaccata al carro posteriore.

Ma il bello del viaggio è anche questo. Non abbiamo una bici leggera da gara, né un assetto pensato per conquistare i colli nel minor tempo possibile. Abbiamo la nostra bicicletta, il nostro carico e tutto quello che ci serve per vivere qualche giorno sulla strada.

E oggi, insieme a noi, c’è anche il Colle dell’Agnello in questa traversata delle Alpi Occidentali.

La strada comincia a salire con decisione. Pedalata dopo pedalata, il Queyras resta alle nostre spalle e il paesaggio si apre. I prati si fanno più vasti e la montagna torna a essere protagonista assoluta.

Il carrellino continua a tirarci indietro. Noi continuiamo a pedalare.

In fondo, la strategia è sempre quella: una pedalata, una pausa birra – magari da condividere con una ristoratrice che canta e balla -, un’altra pedalata. E, possibilmente, anche qualcosa di buono da mangiare alla fine.

Oltre il colle, l’Italia.

E la Val Varaita, con il borgo di Chianale.

In Val Varaita, tra incontri e storie di vento

Il Colle dell’Agnello è alle nostre spalle.

La strada scende verso la Val Varaita e, dopo la fatica della salita, lasciamo finalmente che siano i freni a fare il loro lavoro.

O quasi.

Perché anche in discesa la montagna non sembra avere intenzione di annoiarci.

La strada si infila tra pendii severi e valloni dove l’acqua scende seguendo percorsi tutti suoi.

Tra l’erba, piccoli dettagli colorati interrompono il verde dei pascoli: orchidee selvatiche, farfalle e fiori che sembrano essersi dati appuntamento proprio lungo la nostra discesa.

Poi arriva Chianale.

E per qualche minuto il senso del viaggio è ancora più forte. Sì però viaggio nel tempo.

Sembra di essere entrati dentro una cartolina: case in pietra e legno, tetti scuri, vicoli stretti e quell’architettura alpina che amo perché non ha bisogno di spiegare nulla. È semplicemente lì, costruita per resistere alle stagioni e al tempo.

La cultura occitana permea il borgo e la valle: nei nomi, nelle tradizioni, nelle architetture e in quel modo particolare di sentirsi ancora parte di una montagna senza confini netti.

Giriamo per l’abitato come sospesi in un’altra dimensione e, alla fine, decidiamo di restare per la notte.

Windsurf e librerie alpine

La Val Varaita ci accoglie con la sua eleganza discreta. Non è una valle che ha bisogno di esibirsi: basta percorrerla lentamente per accorgersi di quante storie custodisca.

Alcune, però, hanno bisogno di qualcuno che te le racconti.

Laura e Mario sono uno di quegli incontri che non si programmano.

Ci sediamo a tavola per un pranzo e ci alziamo — probabilmente molte ore dopo — con la sensazione di aver aperto una finestra su un mondo che non conoscevamo.

Mario è uno di quegli uomini che sembrano avere vissuto diverse vite nella stessa vita. Tra le tante storie che ci racconta c’è anche quella del lago artificiale di Chianale e degli anni in cui contribuì allo sviluppo del windsurf sulle sue acque.

Un lago alpino, il vento, una tavola e una passione apparentemente fuori posto in mezzo alle montagne.

E invece perfettamente a casa.

A Casteldelfino ci aspetta una delle sorprese più belle della vallata.

Non è un passo, non è una vetta e non è un panorama da fotografare.

È una piccola libreria.

Una di quelle che, quando le trovi in un angolo remoto delle Alpi, ti chiedi immediatamente come sia possibile che esista proprio lì.

Entriamo per curiosità e ne usciamo con quella sensazione che soltanto certi luoghi sanno regalare: quella di aver trovato qualcosa che non stavamo cercando.

Usciamo dalla libreria e torniamo alla bicicletta.

Le borse sono ancora lì, il carrellino pure.

E anche se per qualche ora abbiamo viaggiato tra pagine e storie, la strada ci ricorda che non è ancora tempo di fermarsi.

In Val Varaita c’è ancora un colle da conquistare.

Colle di Sampeyre

Il Colle di Sampeyre ci aspetta dall’altra parte della valle per proseguire la nostra traversata delle Alpi Occidentali. E, come spesso accade, non sembra avere alcuna intenzione di venirci incontro.

Il sole picchia senza pietà e il carrellino, ormai parte integrante del nostro equipaggio, sembra pesare il doppio. Pedaliamo lentamente, cercando l’ombra quando capita e inventandoci ogni scusa possibile per fermarci qualche minuto.

Poi una musica alle nostre spalle ci fa spostare di lato e compare Meri. Amica da anni e super viaggiatrice con il marito Luca, ci è venuta incontro sulle rampe del Sampeyre strappandoci un sorriso. In montagna le coincidenze hanno spesso un sapore diverso: sembrano piccoli appuntamenti fissati dal viaggio.

La salita continua, noi pure. E quando finalmente raggiungiamo il rifugio, più che una sosta sembra una necessità fisiologica.

Una pausa, qualcosa da bere, qualche minuto per recuperare e poi di nuovo in sella. Gli ultimi metri ci regalano quella sensazione che conosciamo bene: la fatica non è ancora finita, ma ormai la cima è lì e possiamo quasi toccarla.

Quando sbuchiamo sul Colle di Sampeyre, davanti a noi si apre la Val Maira.

Cambia tutto. Anche il vento sembra avere un’altra direzione.

La discesa ci porta verso Elva, minuscolo borgo arroccato in una posizione che lascia senza parole. Qui, per decenni, gli uomini raccoglievano capelli, destinati a diventare parrucche: un’attività apparentemente lontanissima dall’immaginario alpino e che invece ha segnato profondamente la storia del paese.

Oggi Elva è un pugno di case, silenzio, pietra e montagne. Un luogo che sembra essersi nascosto lassù apposta, lontano dalle rotte più battute.

Una locanda occitana ci restituisce energie e buonumore. Mangiamo, ascoltiamo, chiacchieriamo. E, come spesso succede quando si viaggia senza una tabella di marcia troppo rigida, sono proprio le persone del posto a suggerirci la mossa successiva.

«A Stroppo questa sera c’è una festa».

La proposta arriva mentre siamo ancora seduti a tavola.

In realtà avremmo già individuato il posto perfetto per la notte: la chiesa di Sampeyre, luogo iconico della valle, dove la brezza serale e la vista sul territorio sembrano invitare a fermarsi. Sarebbe una di quelle notti da ricordare.

Ma poi ci guardiamo.

Festa? E sia.

Il richiamo della festa vince ancora una volta sulla logica. Scendiamo quindi verso Stroppo, senza sapere esattamente cosa ci aspetti.

E forse è proprio per questo che troviamo molto più di una festa.

Incontriamo persone che questa valle non si limitano ad abitarla: la conoscono, la difendono, la raccontano e soprattutto credono nella possibilità di valorizzarla senza snaturarla.

Sono vere e proprie icone green della Val Maira, persone che hanno scelto di investire nel territorio, nella sua cultura e nella sua identità, immaginando un futuro diverso per queste montagne.

Parliamo, ascoltiamo, beviamo qualcosa e ci rendiamo conto che ancora una volta il viaggio ci ha portato esattamente dove dovevamo essere.

Strada della Gardetta

La traversata delle Alpi Occidentali ci continua a sospingere verso il mare senza mai farcelo scorgere.

Dalla Val Maira ci concediamo un avvicinamento tranquillo. La strada scorre senza troppe difficoltà e, per qualche chilometro, sembra quasi di avere finalmente trovato il ritmo giusto.

Peccato che lungo il percorso ci imbattiamo in una competizione ciclistica.

Aspettiamo, osserviamo, lasciamo passare e poi ripartiamo. Il viaggio, dopotutto, è anche questo: condividere le strade con chi le percorre in modi diversi dal nostro.

Poco dopo lasciamo la valle principale e imbocchiamo una laterale. È qui che la musica cambia.

La strada comincia a salire sul serio. Le pendenze aumentano, il fondo si fa più impegnativo e il carrellino, tanto per ricordarci che non siamo esattamente in modalità gara, torna a farsi sentire.

Pedalata dopo pedalata guadagniamo quota. La fatica aumenta, ma anche il paesaggio comincia a cambiare.

Poi, quasi all’improvviso, la valle si apre e davanti a noi compare l’altopiano della Gardetta.

Ancora qualche chilometro.

Finalmente il rifugio Gardetta.

Ad accoglierci troviamo un gruppo di ragazzi giovani, sorridenti e incredibilmente gentili. L’atmosfera è quella che speri sempre di trovare quando arrivi in un rifugio dopo una salita tosta: niente formalità, qualche parola scambiata volentieri e la sensazione di essere arrivati nel posto giusto.

E poi c’è lui, il cuoco. Impossibile non adorarlo!

Di lui, purtroppo, ricordiamo soprattutto quello che esce dalla cucina. E forse è il modo migliore per ricordare un cuoco.

Una cena, qualche chiacchiera e una notte lassù ci restituiscono le energie necessarie per quello che ci aspetta il giorno successivo.

Perché la Gardetta non è soltanto un punto da raggiungere in questa traversata Alpi Occidentali.

È una strada da percorrere.

E percorrerla in bicicletta è un’esperienza difficile da raccontare.

La strada attraversa l’altopiano seguendo le forme morbide della montagna e, chilometro dopo chilometro, ci regala panorami sempre diversi. In lontananza compare il Monviso, quasi sospeso all’orizzonte, mentre intorno a noi non c’è praticamente nulla.

O meglio: c’è tutto.

Prati d’alta quota, rocce, cielo, vento.

E silenzio.

Un silenzio enorme, di quelli che, se trascorri giorni su strade trafficate, sembrano quasi assordanti.

La cosa più bella è che oggi questa strada è chiusa al traffico motorizzato.

E pedalare qui dentro, senza automobili, senza motociclette e senza il rumore continuo dei motori, è una goduria estrema.

Possiamo rallentare, fermarci, guardare.

Respirare.

La bicicletta diventa finalmente quello che dovrebbe essere in un luogo come questo: il mezzo perfetto per attraversare lentamente un paesaggio senza invaderlo.

Pedaliamo immersi nella Natura, con il Monviso che continua a guardarci da lontano e la sensazione di essere finiti in un angolo di Alpi ancora autentico.

Alla Gardetta non serve andare forte. Anzi.

Qui viene voglia di andare piano, proprio per non perdersi niente. E anche Nala apprezza.

Verso il mare – La Via del Sale

Questo racconto della traversata delle Alpi Occidentali sta diventando davvero lungo, ma in fin dei conti c’è così tanto da raccontare.

Dalla Gardetta, con l’imponente Rocca la Meja a farci compagnia, i continui saliscendi ai quali non ci siamo ancora abituati ci spingono, ormai affaticati, verso Limone Piemonte e uno dei vitelli tonnati più buoni che abbia mai mangiato.

Limone Piemonte si trova ai piedi del Colle di Tenda, valico di confine con la vicina Francia e punto di accesso alla Via del Sale, che corre in quota sfiorando il territorio francese lungo una vecchia strada militare sterrata a dir poco panoramica. Passiamo una notte al rifugio e poi ripartiamo tra macchine in rally e polvere.

Oltre, da qualche parte, ci aspetta l’ultima ascesa di questo viaggio in bici.

L’ultimo colle: quello del Garezzo.

Desolata e solitaria, è di certo una delle strade più belle mai percorse in Italia. In cima, una galleria popolata da asini curiosi, qualche abbaio di Nala impaurita e poi una discesa sterrata indimenticabile verso Triora, il paese delle streghe.

Da qui, finalmente, si scorge il mare.

Il Mediterraneo significa anche la fine della nostra avventura attraverso le Alpi Occidentali, anche se, in cuor nostro, vorremmo che non finisse mai.

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